Grazie al primo pub crawl
… mi sono inventato un mestiere. Così ci dice in un’intervista Michele Camastra, titolare di una nuova rubrica su “Il Mondo della Birra“
Non si parlava ancora di turismo brassicolo, ma proprio i tour dei pub sono la forma embrionale di quello che sarebbero state le visite all’insegna della birra. Di solito, sono una pratica goliardica, ma c’è anche chi ne fa lo spunto per una professione. «I miei primi pub crawl risalgono al 1980, tra Dublino e quella che allora era la Cecoslovacchia – racconta Michele Camastra, noto professionista del settore. – Lavoravo già da circa tre anni nelle vendite per un importatore di birre a Milano. Un’esperienza fondamentale, che mi permise di avvicinarmi in modo concreto al mondo brassicolo internazionale».
Quando la decisione di fare un passo ulteriore rispetto al semplice ruolo commerciale?
Nel 1982 sentii il bisogno di andare oltre. Insieme a due amici iniziai a importare direttamente dal Regno Unito alcune birre che, per l’Italia di allora, erano vere e proprie novità. Era il periodo delle prime aperture di pub e dei cosiddetti “locali alternativi”, soprattutto a Milano, in zone come Brera e i Navigli.
Che tipo di reazione suscitavano queste novità nei locali italiani?
Pensate che le colonne di spillatura ricordavano molto le handpump inglesi e proprio per questo attiravano la curiosità dei clienti. Non era solo la birra a essere diversa, ma tutto ciò che la circondava: il servizio, l’estetica, il modo di raccontarla.
Dopo poco arriva il confronto con l’Europa continentale…
Nel 1983, grazie alla collaborazione con un altro importatore milanese, ebbi l’opportunità di visitare diversi birrifici in Belgio, nel nord della Francia e in Germania. Fu il primo vero contatto diretto con realtà produttive molto diverse tra loro.
È in quel momento che iniziano a nascere le prime domande?
Sì, viaggiando tra pub, brasserie, estaminet, brauhaus, taverne e soprattutto birrifici, iniziai a pormi alcune domande fondamentali: perché le birre cambiavano così profondamente da Paese a Paese? E, soprattutto, perché venivano spillate in modi tanto differenti, mentre in Italia tutte le tipologie venivano servite allo stesso modo, indipendentemente dallo stile, dall’origine e dalla tradizione?
Mi resi conto che il servizio non era un semplice dettaglio tecnico, ma parte integrante della cultura birraria locale. In ogni Stato, la birra raccontava una storia fatta di donne e uomini, di tradizioni, di materie prime diverse, di consuetudini di consumo e, soprattutto, di rispetto verso il prodotto. Una consapevolezza che, all’epoca, in Italia era quasi del tutto assente.
Quei viaggi hanno quindi cambiato il tuo modo di vedere la birra?
Assolutamente sì. Quelli che erano nati come pub crawl per curiosità e passione si trasformarono in un vero percorso di formazione. Posero le basi di una visione della birra non più come bevanda uniforme, ma come espressione culturale profondamente legata ai territori.
Oggi l’accesso alle informazioni è molto diverso rispetto ad allora. Che differenza c’è rispetto al passato?
In quel periodo non esistevano manuali sulle birre o, se esistevano, io non ne avevo conoscenza. Oggi abbiamo manuali, enciclopedie ben fatte, Internet e persino l’intelligenza artificiale. Ai miei tempi, se cercavi risposte, dovevi prendere l’auto, il treno o l’aereo e andare direttamente nei Paesi produttori.
Che tipo di rapporto si creava con i mastri birrai?
Erano persone estremamente disponibili e cordiali. Tra una birra e l’altra si passavano le serate ad ascoltare aneddoti birrari, storie già raccontate da altri prima di loro. Un po’ come facevano i nostri nonni, che narravano favole ai nipoti attorno al focolare.
Cosa portavi con te al ritorno da questi viaggi?
Tornavo a casa con un bagaglio enorme di informazioni che mi arricchivano culturalmente. Con umiltà le trasmettevo ai miei clienti, che a loro volta imparavano a trattare, gestire e servire le birre nel migliore dei modi, nel rispetto delle tradizioni storiche e geografiche.
È questo lo spirito della rubrica che stai per inaugurare sul nostro giornale, Il Mondo della Birra?
Sì. Dopo tutti questi anni mi piacerebbe raccontare ciò che ‘i Vecchi Birrai’ mi hanno regalato e che sento il dovere di trasmettere. Senza prendermi troppo sul serio, ma con grande rispetto per una cultura che merita di essere conosciuta e condivisa.











