Sempre più cercate e apprezzate, le birre sotto i 4-4,5 gradi rivelano un notevole potenziale. Andiamo alla loro scoperta.
di Giuliana Valcavi
Dall’ultima indagine della società di ricerche di mercato YouGov, pubblicata a maggio, emerge che i consumi di alcol continuano a rallentare, ma più che a una rinuncia definitiva assistiamo a una riduzione selettiva e legata a specifici contesti. La ricerca mette inoltre in evidenza come chi riduce il consumo di alcol non abbandoni il comparto beverage, ma modifichi le proprie scelte orientandosi verso bevande analcoliche o a bassa gradazione. Tra i fenomeni in crescita vengono citati la “sober curiosity”, ovvero la scelta consapevole di bere meno, e lo “zebra striping”, che consiste nell’alternare bevande alcoliche e analcoliche durante le stesse occasioni di consumo. Due tendenze che stanno trovando spazio nel panorama contemporaneo del beverage e del benessere e che devono essere intercettate tempestivamente.
Quindi, tra nuove abitudini di consumo e stagionalità, le basse gradazioni (tra 0,6% e 4,5%), per anni ignorate e marginalizzate, stanno conquistando nuovi spazi sul mercato e nelle birrerie. A loro favore, giocano diversi fattori.
Innanzitutto, per il locale metterle a disposizione della propria clientela significa rivelare un’attenzione ai nuovi trend di mercato e alle richieste dei giovani consumatori, che cercano un approccio equilibrato al bere, mostrando quindi dinamismo e modernità.
Inoltre, le basse gradazioni rappresentano un’occasione di promozione del consumo consapevole senza rinunciare al gusto. Infatti, tra le loro prerogative, hanno quella di permettere un consumo più frequente e socialmente inclusivo, che non penalizza gli amanti della bevanda, e offrono al locale l’occasione di un consumo in più dopo una birra impegnativa, o l’occasione di consumo di un paio di birre leggere piuttosto di una sola. Insomma, dal punto di vista delle vendite, garantiscono uno scontrino in più.
Infine, nella stagione estiva rappresentano una perfetta occasione di consumo al posto di birre alcoliche e strutturate.
Performance e gamma
Rispetto alle no-alcohol, garantiscono una maggiore performance organolettica. Nonostante la migliorata produzione delle analcoliche, le birre low alcohol sono prodotti più complessi, aromatici e soddisfacenti. La loro gamma inizia a essere particolarmente ampia in quanto sono risultato anche di produzioni artigianali, che invece si trovano molto più in difficoltà dal punto di vista tecnico con le analcoliche. Come testimoniato da Vittorio Ferraris, presidente e direttore generale di Unionbirrai, associazione di birrifici artigianali, a “Cronache di Birra”: «Se fino a pochi anni fa parlare di birra artigianale significava evocare intensità alcolica, aromi esplosivi e luppolature estreme, oggi ci troviamo di fronte a una nuova maturità del gusto. Le birre sotto i 4 gradi alcolici rappresentano poco più del 12% delle novità immesse sul mercato: circa il doppio rispetto agli anni precedenti. Non è una moda passeggera, ma un indirizzo che ha già assunto la dignità di un trend strutturale, perché risponde a nuove esigenze di consumo sempre più radicate e consapevoli».
Tradizioni anglosassoni e tedesche
Tra le birre che si propongono per la loro contenuta gradazione, troviamo alcune Ale di tradizione anglosassone, in particolare, le Bitter Ale, dissetanti birre ad alta fermentazione che possono avere una gradazione del 3,5%, le Mild Ale considerate la bevanda nazionale gallese, e le londinesi Brown Ale, entrambe con una gradazione media che si aggira sui 3-4 gradi. Anche le Weiss, le birre di grano di tradizione tedesca ottenute con l’alta fermentazione, possono avere declinazioni poco alcoliche. Parliamo delle Berliner Weisse, fresche, acide e fruttate, difficilmente superano i 3,5%. Una nota specifica tra le gradazioni contenute la meritano le Session IPA: nate come birre di buona gradazione per reggere i viaggi dall’Inghilterra all’India, le Indian Pale Ale ora si presentano anche nella versione Session, che indica una gradazione alcolica contenuta. Leggere e facili da bere, si prestano con i loro 3-4,5% a ‘sessioni’ di bevuta al pub, momenti di grande convivialità all’insegna della spumeggiante bevanda. L’altra faccia della bevibilità rispetto alle Session IPA e sempre nell’ambito dell’alta fermentazione è rappresentata dalle Gose. Una tipologia molto interessante di birra a gradazione contenuta (non superano mai i 5 gradi), la Gose è uno stile tedesco riscoperto con grande successo per l’originalità, ma anche per la capacità dissetante derivata dalle note acide e salate. Infine, ecco l’arrivo anche nel nostro Paese delle Table Beer, birre di tradizione belga da mettere quotidianamente in tavola con i loro 2-3 gradi.
Varianti belghe e irlandesi
Vi sono alcune birre che non sono tipicamente di gradazione contenuta, ma che possono presentarsi con un contenuto alcolico moderato. È il caso, per esempio, dei Lambic, stile birrario belga di grande tradizione che possiamo trovare anche con una gradazione attorno a 4,5%, e delle popolarissime Irish Stout, che troviamo anche a 4 gradi. Stesso discorso per le Saison, aromatiche e fruttate, tipicamente estive, attestate in una gradazione con un range tra 4 e 6 gradi. Anche le Kolsch, birre ad alta fermentazione tipiche di Colonia, possono rimanere sotto i 5 gradi così come le Blanche o Wit, le birre di grano francesi e belghe, dalle note acidule e speziate. Le Pils, le birre a bassa fermentazione più amate, riescono a loro volta a stare sotto i 5 gradi, in particolare le leggere, ma intense Bohemian Pils così come le caratteristiche Rauchbier, specialità franconi dalle note di fumo.
Il vantaggio dei mix
I mix birrari, come Radler, Panaché e altre varianti, rappresentano una delle modalità più semplici e storicamente diffuse per ridurre la gradazione alcolica della birra senza rinunciare al piacere della bevuta. Si tratta di bevande ottenute dalla miscelazione di birra con componenti analcoliche – tipicamente limonata, soda o succhi di frutta – che abbassano il tenore alcolico complessivo e, al tempo stesso, ne modificano il profilo aromatico rendendolo più fresco, leggero e dissetante.
Nati spesso in contesti informali e popolari, questi mix stanno conoscendo una nuova attenzione grazie al crescente interesse verso un consumo più moderato e consapevole. Oggi questi prodotti non sono più solo preparazioni estemporanee, ma proposte che giocano su ingredienti di qualità e abbinamenti creativi. In questo senso, i mix birrari si inseriscono a pieno titolo nel panorama delle alternative a basso contenuto alcolico, contribuendo ad ampliare le occasioni di consumo e a intercettare le esigenze di un pubblico sempre più attento all’equilibrio tra gusto e moderazione.
Se l’alcol proprio no
Crescita del 18% dei consumi di birre analcoliche dal 2025
Secondo i dati di The Brewers of Europe, la produzione complessiva di birra analcolica in Europa è aumentata del 25% dal 2019 e, fonte IWSR, i volumi no-alcohol sono stimati (a livello globale) in crescita del 36% entro il 2029 con le birre analcoliche tra i prodotti più dinamici. È l’interesse dei consumatori per un consumo più moderato (dettato dal benessere ma non solo), insieme alla disponibilità di una maggiore varietà di scelta, che contribuisce a mantenere le birre analcoliche sotto i riflettori (ricordiamo che dalla legislazione italiana vengono definite analcoliche anche birre con una bassa percentuale di alcol, pari fino a 1,2%). Altri trend che trainano il mercato della birra analcolica includono il miglioramento del gusto e l’innovazione nei formati di prodotto.
In Italia, con 49 milioni di atti d’acquisto, si registra, come indicato in occasione di Beer&Food Attraction, una crescita del 18% sul 2025 e del 79% dal periodo pre-Covid, con l’89% degli italiani che dichiara comportamenti responsabili nel consumo di alcol, evitando di bere prima di guidare o lavorare (Circana).
Dai dati IWSR emerge che, in contrapposizione a quanto accade per la birra alcolica, il consumo di birra analcolica tende ad aumentare a gennaio, probabilmente guidato dai consumatori che partecipano al “Dry January” e vogliono continuare a gustare una birra anche dopo le feste di fine anno. Inoltre, la volatilità (cioè la differenza tra picchi e cali) del consumo di birra analcolica sembra molto più attenuata rispetto alla birra alcolica, suggerendo che venga consumata più costantemente durante tutto l’anno, sebbene il consumo raggiunga comunque il picco nei mesi estivi, come avviene per la birra alcolica.
Da rilevare anche che la maggior parte di chi acquista birra analcolica, così come chi acquista birra, vino e superalcolici, continua a comprare prodotti alcolici. Questi consumatori si concedono un’occasione in cui non consumano alcol. Quindi, la birra analcolica può rispondere non solo a un’occasione di consumo, ma anche a mantenere il consumatore vicino a un marchio o persino alla categoria di prodotto. Questi fattori stanno tutti contribuendo ad alimentare elevate aspettative per la birra analcolica.
In ogni caso, non possiamo dimenticare che la birra analcolica potrebbe avere come concorrenti, prodotti dagli stessi birrifici che stanno investendo sulla diversificazione, le bevande funzionali così come altri prodotti analcolici vicini idealmente per vari motivi al mondo birrario per il metodo produttivo (fermentati) o per ingredienti (luppolo). Tra questi, Acqua di Luppolo, soft drink con luppolo nato dall’incontro di Baladin e acqua S.Bernardo.
Le birre analcoliche straniere presenti sul mercato italiano rappresentano oggi una produzione sempre più qualificata, frutto dell’esperienza maturata da grandi gruppi brassicoli e birrifici specializzati di Paesi dove la cultura delle low e no-alcohol beer è consolidata da anni. Germania, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito, in particolare, hanno sviluppato tecnologie produttive avanzate e ricette capaci di preservare struttura aromatica, equilibrio gustativo e identità stilistica, contribuendo a elevare la percezione qualitativa delle birre analcoliche anche tra i consumatori italiani più esigenti.
Anche artigianali
Le birre low e no-alcohol entrano con forza nel dibattito del comparto artigianale, ma restano ancora aperte questioni tecniche, economiche e soprattutto normative.
«È in atto un cambiamento che non possiamo ignorare – ha dichiarato Simone Monetti, segretario generale di Unionbirrai. – Le birre a basso o nullo contenuto alcolico rappresentano una nuova frontiera, ma anche una sfida complessa per il comparto artigianale, sia dal punto di vista produttivo che normativo».
La produzione di birre analcoliche richiede tecnologie avanzate e investimenti significativi, spesso difficilmente sostenibili per i microbirrifici. A questo si aggiungono criticità legate alla stabilità del prodotto e alla necessità di trattamenti specifici, come la pastorizzazione, tema su cui Unionbirrai ha già avviato una riflessione interna negli ultimi anni. «Abbiamo già compiuto un passo importante – ha proseguito Monetti – riconoscendo che la produzione di birre analcoliche può richiedere processi come la pastorizzazione, senza che questo comprometta l’appartenenza del produttore al mondo artigianale. È un segnale di apertura, ma anche di realismo rispetto alle esigenze tecniche».










