MICHELE CAMASTRA RACCONTA LE BIRRE

E le chiamavano cerevisia o zythos

Dai Sumeri all’Impero Romano, quelle che noi oggi chiamiamo birre erano molto diverse

Molto prima che il vino diventasse simbolo di civiltà, nella terra sospesa tra il Tigri e l’Eufrate, gli uomini avevano già scoperto con la prima rivoluzione agricola un altro dono dei cereali: una bevanda densa, nutriente, quasi sacra.

Nella Mesopotamia, già tra il 4000 e il 3500 a.C., i Sumeri la producevano nelle cantine dei palazzi, nei templi che svettavano come montagne artificiali, le ziggurat, e persino nelle case, sempre sotto controllo governativo. L’orzo e il farro, macerati ed esposti all’aria, venivano trasformati in un liquido torbido consumato nelle occasioni conviviali da tutte le classi sociali. La produzione era controllata e regolamentata tant’è la bevanda (ne esistevano oltre 20 varietà) trovò posto tra i decreti più severi del Codice di Hammurabi: chi l’adulterava e chi la annacquava poteva subire la pena di morte.

Oltre che alimento, era anche salario. Una delle tavolette rinvenute a Uruk è considerata la più antica “busta paga” della storia: si registravano razioni di questa bevanda destinate ai lavoratori dei templi.

Inoltre, la birra era un rito. Veniva offerta a divinità come Ishtar, versata nei funerali per accompagnare i defunti oltre la soglia dell’ombra. Nell’Epopea di Gilgamesh, l’uomo selvaggio Enkidu diventa davvero umano solo dopo aver bevuto questa bevanda.

Il Nilo e il “pane liquido”

Se in Mesopotamia la birra era legge e salario, in Egitto era vita. Lungo le rive del Nilo, la birra accompagnava ogni pasto. Bevanda torbida, densa, più simile a una zuppa di cereali che alla birra che conosciamo oggi, aveva un basso contenuto alcolico. Aromatizzata con datteri o miele, nutriva adulti e bambini (con scopi medicinali), operai e sacerdoti e veniva spesso bevuta con lunghe cannucce filtranti per evitare i residui solidi.

I costruttori delle piramidi ricevevano razioni quotidiane di questa bevanda, fino a quattro litri al giorno. Non era un vizio, ma un diritto e più sicura dell’acqua del Nilo.

Durante gli eventi sociali e religiosi le famiglie offrivano cibo e bevande ai loro antenati. E quando le celebrazioni si facevano più intense, bere diventava un atto sacro, un modo per entrare in trance, per vedere oltre il velo del mondo.

La diffidenza dei Greci

Poi vennero i Greci. Nelle eleganti Poleis (città stato indipendenti), tra marmi e colonne, la birra, chiamata “zythos”, sopravviveva ai margini della civiltà. La Grecia era la terra del vino, consacrato a Dioniso. Bere vino significava essere nobili e intellettualmente raffinati. Lo Zythos era cosa da popoli del nord, che le città come Atene o Corinto guardavano con sospetto, quasi con ironia. Non aveva il prestigio del vino diluito, versato nelle kylix decorate. Eppure, dove la vite faticava a crescere, la bevanda d’orzo resisteva.

Gli Etruschi, ponte tra due mondi

In Italia, prima che Roma dominasse tutto, gli Etruschi conobbero sia la birra sia il vino. Ma il vino vinse.

Nei loro banchetti dipinti sulle pareti delle tombe, uomini e donne bevevano insieme, cosa rara nel mondo antico, ma quasi sempre dalle coppe destinate al vino. La birra restò nell’ombra, memoria di un passato più arcaico.

Quando Roma ereditò la loro cultura, ereditò anche la preferenza per la vite.

Roma, tra disprezzo e necessità

A Roma, dove veniva chiamata “cerevisia o zythum”, la birra era conosciuta, ma non amata perché considerata plebea. Nel cuore dell’Impero, il vino era simbolo di identità. La cerevisia non apparteneva all’identità romana, era una bevanda straniera. Plinio il Vecchio ne parlava con una punta di disprezzo, pur riconoscendole curiose virtù cosmetiche e curative. In alcuni casi, la birra (o “vino d’orzo”) veniva prescritta addirittura per scopi medicinali e si dice che l’imperatore Augusto l’abbia usata per curare un problema al fegato.

Nelle province settentrionali (Gallia, Britannia, Germania), dove la vite non prosperava, la cerevisia regnava sovrana. I legionari, lontani da casa, imparavano a berla quando il vino scarseggiava. Restava loro la posca, miscela di acqua e aceto arricchita con miele, sale ed erbe offrendo ai soldati l’idratazione necessaria. Quindi, in assenza di altro, la cerevisia diventava un utile conforto. In sostanza a Roma la birra era tollerata, ma non celebrata.

 I “popoli del nord” e l’orgoglio dell’orzo

Per i Celti e i Germani, invece, il nettare d’orzo non era un ripiego, era identità.

Tacito raccontava dei loro banchetti, della carne arrostita e del liquore d’orzo fermentato “a somiglianza del vino”. Ma per loro non era un’imitazione: era la bevanda degli antenati.

Si produceva in casa, spesso erano le donne a occuparsene utilizzando orzo, frumento e avena. Niente luppolo (quello sarebbe arrivato solo nel Medioevo), ma erbe, bacche e spezie. Si beveva in corni lucidi e in boccali di legno. Senza cannucce, senza filtri, accettando la torbidità come parte del sapore.

Il nettare d’orzo era socializzante e ospitale.

La birra romana e quella egizia erano dense, senza schiuma,

non filtrate e meno alcoliche delle birre moderne.

Per i Galli e più in generale per i Celti, la birra era la bevanda

nazionale e quotidiana per eccellenza, fondamentale

per la dieta e la vita sociale.